Tra le poche belle notizie di questi tempi tremendi, c’è il “ritorno” degli U2.
P.S.: ma che ha detto Scanzi? Mi ha bannato ormai 3 anni fa e non riesco più a leggere le sue minchiate
Non che avessero smesso di fare musica, figurarsi, ma di sicuro erano anni che un loro lavoro non tradiva l’evidente - e nobile - urgenza che si respira in Days of ashes.
Sei brani inattesi, e quindi ancor più graditi. Non è un capolavoro, e i bei tempi (davvero siderali fino al sublime Achtung Baby) non torneranno, ma questo disco (anzi Ep) é di pregevole fattura. Se fosse un voto, (per quel che vale) non arriverebbe a 8 ma non sarebbe inferiore a 7.
Gli U2 non sono mai stati brutali e incendiari come, per dirne due, Roger Waters e Neil Young. Il loro è sempre stato un approccio “cristiano” e quasi evangelico, dunque per alcuni sin troppo ecumenico e troppo “generico”. Anche qui Bono & soci (in gran forma, a partire da The Edge, il cui suono di chitarra resta immediatamente riconoscibile) parlano di Palestina ma pure di Israele, di Ucraina ma pure di Russia. Non c’è mai un attacco politico frontale, sebbene i riferimenti molto critici a Putin, Trump e netaboia non manchino.
Al centro c’è l’uomo, geneticamente e universalmente inteso, a cui la band si rivolge col consueto approccio cristologico e messianico, caritatevole e - nonostante tutto - speranzoso.
Cinque canzoni e una poesia. Le più belle sono le ballate, che coincidono con i brani pari: 2, 4, 6. The Tears of Things, Wildpeace (la poesia) e la notevolissima Yours Eternally, nella quale convivono magistralmente Ed Sheeran e il cantante/soldato ucraino Taras Topolia. Di pregio anche One life at a time. Meno centrata l’iniziale American Obituary, incentrata (come il nuovo brano di Springsteen) alle vili mattanze dell’Ice a Minneapolis. Davvero brutta invece Song of the future, che racconta un fatto tanto vero quanto agghiacciante (il brano rende omaggio alla vita della sedicenne Sarina Esmailzadeh, studentessa iraniana uccisa dal regime per essersi ribellata), ma che musicalmente è davvero esangue.
Tra le storie narrate, gli U2 raccontano con ispirata partecipazione anche quella di Awdah Hathaleen, padre palestinese di tre figli. Attivista non violento e insegnante di inglese, Awdah è stato ucciso nel suo villaggio in Cisgiordania dal colono israeliano Yinon Levi il 28 luglio 2025. Era stato consulente del documentario vincitore dell'Oscar “No Other Land”. La band ne parla in One life at a time. Come ricorda Onda Rock, “Al suo funerale, uno dei registi, Basel Adra, ha parlato del massacro del suo amico e dell'esperienza dei palestinesi che vengono cancellati “una vita alla volta”. Gli U2 hanno ripreso questa frase e l'hanno ribaltata per suggerire che una soluzione pacifica sarà raggiunta “una vita alla volta”.
In passato ho più volte criticato l’involuzione pavida e parac*la di Bono (più che dalla band). In Days of ashes, se non altro, si ritrovano invece appieno l’impegno civile che fu, la voglia di denunciare e condannare, la pietas, la rabbia e l’utopia.
I toni di Bono - come detto - restano poi meno vibranti e coraggiosi di quelli di altri artisti assai più partecipi, per esempio su Gaza, ma in questi tempi furbini e al contempo violentissimi, un Ep di questo tenore é manna dal cielo.
Se vi capita, ascoltatelo. E traducetevi i testi: meritano.









