Il punto non è questo, Illusion.
Ho inteso perfettamente il senso dell'analisi.
E nelle pieghe della tua accurata diegesi, scorgo anche la risposta.
Gli U2 sono sempre stati questi, come correttamente rilevi.
Gli obiettivi che hanno mosso la band, sin dagli esordi, non sono mai mutati: la primazia sul mercato discografico, la vetta delle classifiche, la massima visibilità.
Hai evocato The Joshua Tree e Achtung Baby: hai ragione, pietre miliari che coniugano magistralmente fermento creativo e brame commerciali.
Ma parliamo:
1) di un gruppo di ventiseienni/ventisettenni nel primo caso e di trentenni nel secondo;
2) di un mercato, di una modalità di fruizione del prodotto finale e di tendenze musicali completamente difformi da quelli che trapungono il panorama odierno;
3) di un contesto storico quasi antitetico rispetto a quello di oggi.
A mio parere, dunque, occorre contestualizzare.
Perché, a dirla tutta, già ai tempi di The Unforgettable Fire serpeggiava, in seno al gruppo, un malcelato disappunto per la pronunciata divaricazione tra il debordante entusiasmo dei fan che si respirava nel tour e i modesti riscontri commerciali dell’album.
Una volta ottenuta la consacrazione planetaria nel marzo 1987, gli U2 pianificarono subito l’album successivo, il quale risultò tutt’altro che scevro da condizionamenti e strategie preordinate (chissà quali giudizi sarebbero stati trinciati sui forum, se fossero esistiti).
Fu la messe di critiche coagulatasi intorno all’intero progetto Rattle and Hum - con la band tacciata, per la prima volta, di tracotanza e sussiego - a indurli alla perlustrazione di nuovi territori sonori, non tanto la libertà creativa.
Non ci sarà mai la controprova, ma se Rattle and Hum fosse stato accolto positivamente, allungando la scia encomiastica tracciata dal suo predecessore, Achtung Baby con ogni probabilità non avrebbe visto la luce. Perlomeno non nel 1991. Perché i laceranti dissidi che, all’epoca, allignavano all’interno della band, e che furono la chiave di volta per approdare a quel disco, non avrebbero avuto ragione di esistere.
Poi, è chiaro che tra fine anni ’80 e inizio anni ’90, in un contesto musicale tanto prolifico e brulicante di generi, con una temperie storico-sociale agitata da prepotenti istanze di cambiamento, conformarsi ad una “moda” significava sfornare dischi sorretti da uno spessore artistico più rimarchevole rispetto al nuovo millennio.
Ma oggi, gli U2, sono gli stessi di prima e perseguono i medesimi obiettivi. Solo che:
1) hanno trent'anni in più;
2) dal 1987 hanno venduto almeno 190 milioni di copie, generando un impero che non può reggersi solo sulle buone intenzioni, ma deve essere alimentato da continue e cospicue iniezioni di denaro;
3) si muovono nell’alveo di un sistema musicale radicalmente diverso, in cui la quantità va a totale discapito della qualità.
Tutti, io per primo, siamo animati dalla curiosità di un album affrancato da logiche di mercato, eh.
Ma non è, evidentemente, ciò che vogliono loro: le lagnanze post Pop e post No Line on the Horizon ne sono una fulgida dimostrazione.
Per dire, un album come Ghosteen (visto che mi citi Nick Cave), acclamato dalla critica, ma incapace di fare breccia nella Billboard Top 100, e che esordisce con meno di 65.000 copie a livello mondiale (1/3 di quanto totalizzato da Songs of Experience, al suo esoridio, solo negli Stati Uniti), per gli U2 costituirebbe un fallimento senza precedenti.
Io credo, e qui concludo, che il gruppo ci abbia regalato così tanto da guadagnarsi l’inalienabile diritto di seguire il percorso che ritiene più idoneo. Non andando esente da critiche quando vengono commessi errori, ovviamente. Ma senza disconoscere, da parte nostra, che, ad onta di un’ispirazione inevitabilmente più bolsa rispetto al passato, continua sfornare ottimi pezzi.
Songs of Experience, dal mio punto di vista, certifica quanto appena detto: e non sarà certo un'estemporanea collaborazione con Kygo a menomare i miei convincimenti.
Io, almeno, la vedo così.